la Beat Generation

Carl Solomon, Patty Smith, Allen Ginsberg e William Burroughs

La Beat Generation fu un movimento giovanile che trovò anche una sua espressione in campo artistico, poetico e letterariosviluppatosi dal secondo dopoguerra e principalmente negli anni cinquanta negli Stati Uniti..

Nasce da un gruppo di scrittori americani e viene alla ribalta nel 1950, così come i fenomeni culturali da esso ispirati. Gli elementi centrali della cultura “Beat” consistono nel rifiuto di norme imposte, le innovazioni nello stile, la sperimentazione delledroghe, la sessualità alternativa, l’interesse per la religione orientale, un rifiuto del materialismo, e rappresentazioni esplicite e crude della condizione umana[4].

Della Beat Generation fanno parte inoltre i movimenti culturali del maggio 1968 : l’opposizione alla guerra del Vietnam, gli Hippydi Berkeley e Woodstock.

Tra gli autori di riferimento: Jack Kerouac, Lucien Carr, Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Neal Cassady, Gary Snyder, Lawrence Ferlinghetti, Norman Mailer. La Beat Generation è uno degli esempi della ribellione giovanile degli anni cinquanta, come la «gioventù bruciata».

Jack Kerouac ha introdotto l’espressione Beat Generation nel 1948, per caratterizzare quel movimento giovanile anticonformista emergente dell’underground newyorkese. Il nome nasce da una conversazione con lo scrittore John Clellon Holmes. In realtà fu Herbert Huncke, che, e lo riconobbe anche lo stesso Kerouac, originariamente, utilizzò la parola beat in una precedente discussione

L’aggettivo beat potrebbe colloquialmente significare stanco o abbattuto, in riferimento alla comunità afroamericana del periodo, ma Kerouac fa sua quell’immagine e altera il significato includendo le connotazioni di ottimista, beato, e l’associazione musicale essere sul beat. Kerouac, devoto cattolico fin dall’infanzia, ha più volte spiegato che, nel descrivere la sua generazione come “beat”, ha cercato di catturare la “sacralità” segreta degli oppressi.

Dove ha avuto fisicamente inizio la Beat Generation ? È opinione comune che sia avvenuto alla Columbia University, nell’occasione del l’incontro di Kerouac, Ginsberg, Lucien Carr, Hal Chase e altri. Anche se questi personaggi sono conosciuti di fatto come anti-accademici, molte delle loro idee si sono formate in risposta a professori come Lionel Trilling e Mark Van Doren. Carr e Ginsberg, compagni di scuola, osservarono la necessità di individuare una “nuova visione”, concependo un ideale di rottura, in contrasto con la “tradizione” idealistica e letteraria dei loro professori.

Burroughs venne introdotto nel gruppo grazie ad un vecchio amico, David Kammerer. Carr aveva fatto amicizia con la matricola Allen Ginsberg presentandolo a Kammerer e Burroughs. Carr conosceva anche la fidanzata di Kerouac, Edie Parker; fu grazie a lei che, nel 1944, Burroughs ha incontrato Kerouac.

Il 13 agosto 1944, Carr uccise Kammerer con un coltello da Boy Scout a Riverside Park, affermando in seguito di averlo fatto per legittima difesa. Carr si costituì il mattino seguente, fu poi dichiarato colpevole di omicidio colposo, mentre Kerouac accusato di favoreggiamento e Burroughs come testimone, ma nessuno venne perseguito. Kerouac ha scritto in merito a questo episodio due volte nelle sue opere: una volta nel suo primo romanzo, The Town and the City, e ancora una volta in uno dei suoi ultimi, Vanity di Duluoz. Sull’omicidio, ha scritto anche un romanzo in collaborazione con Burroughs, And the Hippos Were Boiled in Their Tanks.

I significati che si possono attribuire alla parola «beat» in italiano sono molteplici. Beat, gli venne attribuito il significato di beatitudine (beatitude), nel senso di salvezza ascetica ed estatica, tipica dello spiritualismo Zen, ma anche aderente al falso misticismo indotto dalle droghe, dall’alcol, dall’incontro carnale e frenetico, dal parlare incessantemente, con lo scopo di scaricare tutti i contenuti mentali. Beat può anche essere tradotto con «battuto», «sconfitto» : denota l’ inevitabile sconfitta dovuta alla società, dalle sue costrizioni, dagli schemi imposti ed inattaccabili; beat è il richiamo alla vita libera e alla consapevolezza dell’istante.

Beat come ribellione. Beat come battito. Beat come ritmo. Il ritmo della musica jazz, che si ascolta in quegli anni, il ritmo del be bop e della cadenza dei versi nelle poesie. Il jazz di Frisco, frenetico, sudato, vissuto e catartico; il jazz di Charlie Parker, “The bird”, personaggio eroico e deificato da questa generazione; la poesia di Carlo Marx (Allen Ginsberg) declamata fino a tarda notte, e i versi sconnessi dei Mexico City Blues o della poesia “Mare, suoni dell’Oceano Pacifico a Big Sur“, da appendice a “Big Sur” di Kerouac. “Essere Beat” significa la scoperta di sé stessi, della vita sulla strada, del sesso liberato dai pregiudizi, della droga libera, dei valori umani, della coscienza collettiva. Beat non è politica, nonostante molti movimenti abbiano nella politica la loro origine. Beat non è religione, nonostante sia forte la componente spirituale.

« Aiuteremo a modificare le leggi che governavano i cosiddetti paesi civili di oggi: leggi che hanno coperto la Terra di polizia segreta, campi di concentramento, oppressione, schiavitù, guerra, morte »
(Allen Ginsberg)

In principio vi erano gli hipster. Questo gruppo di figure distaccate, rappresenta la corrente esistenzialista statunitense, che riconosce il rischio di una guerra atomica, sente il peso oppressivo della società consumistica statunitense del dopoguerra e dell’asfissiante standardizzazione delle masse. Gli hipsters sono distaccati, conoscono i pericoli, quindi si “licenziano dalla società”, iniziando ad contattare la loro essenza. Gli hipsters sono tipi seri, falsamente e misticamente in preda all’eroina che Kerouac descrive nella prima parte de I sotterranei. Accanto a questi personaggi, emergono i beat, giovani sofferenti, spesso dediti all’alcol e alla marijuana, poeti, romanzieri, che vorrebbero condividere con l’umanità il loro amore per il tutto, invece si sentono incompresi. Per il loro stile di vita sono accomunati spesso alla “Lost Generation”, alla “Generazione Perduta”, e, per stessa ammissione di molti scrittori beat, Whitman ed Hemingway sono alle origini delle loro creazioni letterarie. In realtà, il movimento beat ebbe una portata assai più sconvolgente, grazie anche a diverse coincidenza avvenute nel periodo in cui emerse.

« l’hipster caldo è il folle dagli occhi scintillanti, innocente e dal cuore aperto, chiacchierone, che corre da un bar all’altro, da una casa all’altra, alla ricerca di tutti, gridando irrequieto […]. »
(Jack Kerouac)

Simbolo del beat è, di certo, Neal Cassady, ispirazione di molte opere di Kerouac, ma anche di Ginsberg, citato da altri autori statunitensi, quali Charles Bukowski, per l’eccezionale personalità che “l’ultimo sacro idiota d’America” riusciva a deflagrare, ad esplodere. Il movimento beat è una “corsa velocissima” che lascia il segno: pochi sono riusciti a fermarsi prima del punto di non ritorno, una “gioventù bruciata“.

Il movimento è sostanzialmente frutto di un’utopia che nasce all’interno di un gruppo di amici, amanti della letteratura e completamente saturi della società che vivono, delle regole, dei tabù. I beat desiderano scappare, viaggiare, fare l’autostop fino a dove possono arrivare, ma non per un senso di fuga dalle responsabilità, ma per trovarsi da soli nuove regole e stili di vita. Da qui viene l’avvicinamento alla spiritualità Zen, al cattolicesimo, al taoismo, che tanto viene approfondito, discusso e rimodellato in un’ottica beat; ma da qui viene anche l’abuso di sostanze stupefacenti, di alcol per trovare un nuovo sistema di regole, per tentare di sedare la sofferenza e per riunire l’io e il Tutto.

Inizialmente, il movimento beat, anche grazie al successo del libro di Keruak, Sulla strada, raccoglie un grande consenso e dà vita al movimento dei figli dei fiori e dei beatniks. Entrambi i gruppi saranno motivo di grave malcontento della società contro gli scrittori beat che, per il loro modo di vivere, non sembravano differenziarsi da questi personaggi che intendevano tutta la corrente, come una rivolta contro la borghesia statunitense che infine sfocerà nella protesta contro la guerra del Vietnam. Ad un certo punto essere beat diventa scomodo sia per gli attacchi pressanti delle associazioni statunitensi, che per le intrusioni nella sfera personale da parte di fan e giornalisti che vedevano in questi uomini dei simboli di una rivolta che non avevano il coraggio di iniziare.

« […] un fiume inesauribile di telegrammi, telefonate, visite, giornalisti, ficcanaso, o quella volta che il giornalista si precipitò di sopra in camera mia mentre vi sedevo in pigiama sforzandomi di trascrivere un sogno… teenagers scavalcano lo steccato alto un metro e ottanta che avevo fatto costruire intorno al giardino per restare solo… »
(Big Sur)

In seguito si aggiungeranno Gary Snyder, Lawrence Ferlinghetti e Gregory Corso, spesso considerato il migliore della trinità Beat[8] e che instaurerà proprio con Kerouac, il re dei beatniks, un rapporto contrastato di odio, amore e amicizia in chiave beat. Quando Ginsberg si trasferì a San Francisco, sede di tutti i beat e residenza del “santone” Henry Miller, idolo assoluto di questo movimento, iniziò una fase che molti considerano della “Scuola di San Francisco”, ma sulla quale non v’è molto da aggiungere se non il fatto che Ferlinghetti, nella sua libreria City Lights Bookstore nel North Beach di San Francisco, pubblicò alcune opere beat tra cui il poema Howl, uno dei più famosi manifesti del movimento. Il movimento, con il tempo, andò via via scemando, come idea di gruppo, di pari passo con la fine delle contestazioni. Si lasciò dietro le morti premature di Cassady e Kerouac, una lunga disapprovazione sociale, soprattutto dovuto all’uso delle droghe, e tante opere che ancora oggi sono custodite presso City Lights, diffuse e stampate in molte lingue e in molti stati. Nonostante tutto, si porta dietro la leggenda di quei ragazzi che giravano sulla strada, verso l’ignoto, e che ancora oggi stimolano le fantasie di milioni di persone.

« È stato un fuorilegge il padre della nostra patria? Sì. È stato un fuorilegge Galileo per aver detto che il mondo è rotondo? Io dico che il mondo è rotondo! Non è square »
(The origins of the beat generation, Kerouac)

È stata Fernanda Pivano, con le sue traduzioni, a favorire la conoscenza del pensiero Beat in Italia, agevolata dal fatto di essere amica di diversi autori della beat generation, ed autrice di molte prefazioni delle loro opere.

Molti “appartenenti” della Beat Generation in diversi momenti vennero in Italia. Alcuni per trovarvi ispirazione. Allen Ginsberg al Festival di Spoleto del 1965. Jack Kerouac, nell’ottobre del 1966 protagonista di un tour di conferenze, organizzato dalla Mondadori, in alcune di esse facendosi accompagnare dal cantautore Gian Pieretti.

Poesia, letteratura, musica e stili di vita vennero, in qualche modo, coinvolti e condizionati da queste presenze.

Poesia e letteratura

Gianni Milano

A differenza di quello che avvenne negli USA, la poesia e la letteratura di ispirazione beat in Italia si sviluppò dal 1965 ai primi anni settanta in un lungo crepuscolo, che si esaurì solo alle soglie degli ’80. Tra i punti di riferimento, la libreria Hellas e l’editrice Pitecantropu, il Beat ’72, l’aperiodico, “I lunghi piedi dell’uomo” curato da Poppi Ranchetti e la rivista Pianeta Fresco, ispirata e diretta da Fernanda Pivano, per un certo periodo anche stimolo diretto per molti giovani creativi che incontrava spesso nella sua abitazione milanese di via Manzoni.

A metà anni sessanta, il circolo anarchico Sacco e Vanzetti di Milano divenne per un certo periodo un punto di appoggio del movimento beat. Furono Vittorio Di Russo, Melchiorre Gerbino, Renzo Freschi, Gennaro De Miranda e il finanziatore Umberto Tiboni, a ideare il titolo di “Mondo Beat”, sicché Melchiorre Gerbino a partire dal n.1, fu incaricato dal gruppo di registrare la nuova testata in Tribunale. “Mondo Beat” è considerata la prima rivista underground italiana : inizia le pubblicazioni nel novembre 1966. In tutto ne uscirono sette numeri. Ben presto, la rivista “Mondo Beat” divenne la “voce” del movimento dei “capelloni” e ispiratrice di una libera comunità denominata dai suoi abitanti, “il campeggio”, creata in una zona che negli anni 60 era la periferia di Milano, in via Ripamonti. La stampa “benpensante” inizia una forte campagna tesa a denunciare il fenomeno Beat, accusando gli occupanti della tendopoli, di contravvenire alle regole della moralità, e di rappresentare un serio pericolo di pandemia, a causa delle precarie condizioni igieniche. Le squadre della polizia iniziano a perquisire sistematicamente la tendopoli, alla ricerca di minorenni “scappati di casa” che trovano facile rifugio nelle tende del movimento. In seguito ad alcune perquisizioni avvenute con “modi bruschi”, il 7 marzo 1967, un centinaio di “capelloni” inscena una manifestazione per protestare contro la brutalità della Polizia venendo poi caricata da un reparto della Celere. Il 12 giugno 1967 la tendopoli di via Ripamonti viene sgomberata dalla forze di Polizia e rasa al suolo dagli operatori comunali del SID, intervenuti con i lanciafiamme. Molti degli occupanti vengono fermati ed allontanati dalla città con foglio di via. Dopo l’uscita del n. 5, luglio 1967, anche “Mondo Beat” cessa le pubblicazioni.

Il beat in Italia scatenò un fiorire di complessi : L l’Equipe 84, i Dik Dik, I Corvi, I Camaleonti, I Delfini, o il riscoperto gruppo cult I tubi lungimiranti, sono solo alcuni tra gli esponenti, e di solisti :Riki Maiocchi, Gian Pieretti, Patty Pravo, Caterina Caselli ed altri, e di case discografiche. Questo fiorire condusse alla nascita di riviste musicali nate espressamente per i giovani, Ciao amici, Giovani, Big, di locali dedicati espressamente alla musica beat, il Piper Club di Roma è il più noto, ma ne nacquero in ogni città, a Torino ad esempio La Perla, di concorsi musicali legati al beat, il più noto di tutti fu il Rapallo Davoli, ed al diffondersi in ogni città d’Italia di punti di aggregazione per i “capelloni”, tra cui, piazza di Spagna e piazza Navona a Roma o piazza Castello a Torino.

Il film Pull My Daisy, del 1959, di Robert Frank e Alfred Leslie, è ritenuto il manifesto del cinema beat: la voce fuori campo è di Jack Kerouac e fra gli attori compaiono Peter Orlovsky, Allen Ginsberg e Gregory Corso. La breve narrazione (di 28 minuti) di una divagante chiacchierata tra amici gioca sul cortocircuito tra modi e strutture della finzione e istanze di realismo documentario.

Del 1960 è La nostra vita comincia di notte, di Herman Rhudell McDougall; del 1987 The Beat Generation: An American Dream, con Burroughs, Cassady, Corso, Kerouac, Ginsberg e Ferlinghetti; del 1990 The Beats – L’urlo ribelle, mockumentary incentrato soprattutto sull’incontro e sul rapporto tra i fondatori e sull’influenza del movimento beat sulle generazioni successive. Del 1991 è Il pasto Nudo (Naked Lunch), di David Cronenberg, tratto dall’omonimo romanzo di William Seward Burroughs; del 1959 e del 2010 è il film,Urlo scritto e diretto da Rob Epstein e Jeffrey Friedman, che racconta la vita del celebre poeta beat Allen Ginsberg, interpretato da James Franco.

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