Bitches Brew

(EN)« What we did on Bitches Brew you couldn’t ever write down for an orchestra to play. That’s why I didn’t write it all out… » (IT)« Quello che suonammo per Bitches Brew, sarebbe impossibile scriverlo e farlo suonare ad un’orchestra, ed è per questo che non lo scrissi… »
(Miles Davis)

Bitches Brew è un doppio album discografico del compositore e trombettista jazz Miles Davis pubblicato nel 1970 dalla Columbia Records. L’opera ha vinto un Grammy Award nel 1971 come miglior album jazz strumentale e nel 1999 il Grammy Hall of Fame Award.

La copertina e l’atmosfera del disco sono un riferimento all’Africa come humus culturale a cui Miles Davis attinge per comporre la propria arte. Elementi che caratterizzano l’album sono: l’uso di strumenti elettrici, la massiccia post-elaborazione delle registrazioni in studio, la dissoluzione della struttura classica della forma “canzone” in favore della libera improvvisazione, l’assenza di melodie memorizzabili, e la lunga durata dei pezzi. Secondo alcuni critici questo album ha inaugurato lo stile jazz-rock definito fusion.

Nonostante la sua complessità, Bitches Brew ebbe un grande successo di pubblico, sia tra gli amanti del rock che tra gli appassionati di jazz (fu primo nella classifica USA degli album jazz), anche se molti amanti del jazz tradizionale lo rifiutarono. Vendette più di mezzo milione di copie e rappresenta il secondo miglior successo commerciale della storia del jazz, dopo Kind of Blue (1959) dello stesso Davis.

« …più o meno in quel periodo, cominciai a capire che i musicisti rock non sapevano niente della musica. Non la studiavano, non potevano studiare stili differenti, e di leggerla non se ne parlava nemmeno. Ma erano popolari e vendevano un mucchio di dischi perché davano al pubblico un certo sound e quello che voleva ascoltare. Così cominciai a pensare che se loro potevano raggiungere tutta questa gente e vendere tutti quei dischi senza nemmeno sapere che cosa stessero facendo, bene, potevo farlo anch’io e perdipiù meglio. »
(Miles Davis nella sua autobiografia come riportato da Luca Cerchiari nel suo saggio su Miles Davis, pag. 192-193)

Bitches Brew, come spesso erroneamente viene asserito, non è il primo disco jazz-rock della storia. Oltre al precedente In a Silent Way dello stesso Davis, l’album venne preceduto anche dall’LP Emergency! dei Lifetime di Tony Williams uscito nel maggio 1969, ma è sicuramente l’opera nella quale ha pieno compimento la metamorfosi del sound di Miles Davis che si distanzia ampiamente dal jazz tradizionale irrompendo nei territori del rock.

L’ispirazione per l’album giunse a Davis dal Festival di Woodstock che si tenne nell’agosto 1969. La prima sessione per l’album ebbe infatti luogo pochi giorni dopo la conclusione della manifestazione che aveva fatto conoscere al mondo il popolo del rock con tutte le sue implicazioni sociologiche connesse. In particolare, le influenze principali nell’ideazione e composizione di Bitches Brew furono quelle di Sly Stone, Jimi Hendrix, James Brown, e del compositore tedesco d’avanguardia Karlheinz Stockhausen.

 

Miles Davis

I profondi cambiamenti nello stile e nei concetti musicali di Miles Davis che portarono alla fusione di jazz e rock, si svolsero principalmente in studio di registrazione ma si esplicarono anche nel corso delle esibizioni dal vivo. Clive Davis, futuro presidente della Columbia Records, aveva convinto Miles ad esibirsi in grandi spazi aperti come il Fillmore East di New York, anziché in piccoli club come aveva fatto in precedenza. Questa apertura verso una fetta di pubblico più ampia, portò a curiose commistioni di artisti musicali dallo stile differente che si esibirono sullo stesso palco. A proposito di questo è emblematico il cartellone degli artisti in programma al Fillmore East nella serata del 6 marzo 1970 che comprendeva la band di Miles Davis, la Steve Miller Band, e il gruppo di Neil Young, i Crazy Horse.

Circa nello stesso periodo anche il look di Davis subì delle modifiche radicali come riflesso delle sue nuove scelte musicali. Il musicista iniziò ad indossare giacche di pelle, vistosi occhialoni neri, camicie dai colori psichedelici, un abbigliamento eccentrico del tutto simile a quello dei musicisti rock dell’epoca.

Il titolo dell’album, l’espressione “bitches brew”, è un gioco di parole. In inglese esiste l’espressione “witches brew”, che può significare sia “pozione magica” che “calderone delle streghe”. La parola bitch ha diversi significati. Nell’uso gergale afroamericano viene usata abitualmente come termine dispregiativo (o di forte apprezzamento) verso una donna (definita “cagna”, “puttana”). Un altro significato è il verbo bitching, ossia “qualcosa di pregevole, roba buona”. In questo senso l’autore vorrebbe quindi dire “questa musica è roba buona”. La traduzione letterale, “brodo primordiale” o “brodo di cagne”, che talvolta viene proposta, è fuorviante in italiano nel far comprendere appieno il complesso gioco di parole voluto da Davis.

 

Bitches Brew è stato registrato in soli tre giorni: il 19-20-21 agosto del 1969. Sono stati utilizzati diversi strumenti elettronici, come pianoforte, basso e chitarra elettrica, e la musica si discosta dai ritmi abituali del jazz tradizionale, adottando un nuovo stile, fatto di improvvisazioni influenzate dalla musica funk. Davis e i suoi musicisti entrarono nello Studio B della Columbia sulla cinquantaduesima strada a New York nel mese di agosto 1969. In tre giorni di session, Miles e il produttore Teo Macero registrarono tutto il materiale come fosse una lunga jam session, senza fermare mai il nastro. Contrariamente alla leggenda che vuole Bitches Brew essere il prodotto più di Clive Davis e Teo Macero che di Miles Davis, nella sua autobiografia Miles afferma di aver coadiuvato e guidato i musicisti con un preciso progetto in mente come un direttore d’orchestra. L’improvvisazione collettiva in sala di incisione era stata già sperimentata in passato da altri musicisti d’avanguardia come Ornette Coleman e John Coltrane, ma Davis volle che ogni strumento fosse, oltre che una dichiarazione da parte del musicista esecutore, anche amalgamato insieme agli altri in un caleidoscopio sonoro alla maniera delle orchestrazioni di Gil Evans.

Davis diresse con la sua tromba un nutrito gruppo di musicisti convocati appositamente in studio:

  • due batterie (Jack DeJohnette e Lenny White),
  • due strumenti a percussione (Don Alias, Juma Santos e Airto Moreira),
  • due sassofoni (quello soprano di Wayne Shorter ed il clarinetto basso di Bennie Maupin),
  • tre pianoforti elettrici (Chick Corea, Joe Zawinul, Larry Young),
  • due bassi (quello acustico di Dave Holland e quello elettrico di Harvey Brooks),
  • la chitarra solista di John McLaughlin.

 

(EN)« When I started changing so fast like that, a lot of critics started putting me down because they didn’t understand what I was doing. But critics never did mean much to me, so I just kept on doing what I had been doing, trying to grow as a musician. » (IT)« Quando cominciai a cambiare così velocemente, molti critici mi stroncarono perché non capivano cosa stessi facendo. Ma i critici non hanno mai avuto molta importanza per me, e continuai per la mia strada, cercando di crescere come musicista. »
(Miles Davis)

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